Non piangere, capitano. Una squadra non si vede da un calcio di rigore, ma dal coraggio, l'altruismo e la fantasia. E la tua Roma è stata una Squadra per quegli interminabili centoventi minuti, rimaneggiata, incerottata, sbattuta ma non battuta. Non piangere, capitano, anche se questa è una delusione tremenda, un colpo al cuore per te e la tua Roma, una mazzata da cui non sarà facile riprendersi, ma ci si dovrà riprendere, perché questa Roma ha diritto a un'altra occasione, a un'altra Champions da inseguire, a un altro palcoscenico per protagonisti.
Non piangere, capitano, anche se le lacrime vengono fuori da sole, impossibile fermarle o nasconderle con quella maglia tirata su a coprire il dolore che si legge nella tua faccia perché non sai fingere, mentre vai sotto la tua Curva che è ancora tutta lì, con le lacrime agli occhi come te, ma orgogliosa di una Roma così. Non piangere, capitano, anche se la rabbia è tanta, il magone di più, la delusione di quelle che chissà per quanto notti non ti farà dormire, tu che avevi sognato un altro appuntamento, qui, nel tuo stadio, per coronare una carriera che solo gli incompetenti provano ancora a contestare.
Non piangere, capitano, anche se, venticinque anni dopo, quando eri ancora poco più di un bambino in namorato del pallone, un'altra squadra inglese uccise il sogno di un'altra grande Roma di alzare la coppa dalle grandi orecchie. Una storia di rigori, pure stavolta, ce ne è stato giusto qualcuno in più, ma soprattutto non c'è ne è stato uno, al tramonto del primo tempo, che la Roma avrebbe meritato e lì forse sarebbe cambiato tutto, magari non si arrivava a questi sedici-rigori-sedici cominciati con un urlo di gioia, conclusi con un urlo di dolore per tutta la tua città.
Non piangere, capitano, quando lanci la tua maglia, voluta a tutti i costi per esserci, un tutore a proteggere quel ginocchio dolorante, e neppure quando ti fai dare uno di quei giubbottoni contro il freddo con cui ti copri la testa nel tentativo di nascondere il tuo coraggio, il tuo altruismo, la tua fantasia, mentre imbocchi il sottopassaggio sotto la Sud per il rientro più amaro negli spogliatoi.
Non uscire a testa bassa, capitano, accompagnato da due amici che provano a tirarti su, raccontaci, come puoi, se vuoi, di questa notte che ha ucciso un sogno, mentre esci dal lungo corridoio degli spogliatoi e chi è presente ti batte le mani:
«Era meglio perdere tre a zero, così fa malissimo, sarà difficile da dimenticare. E' come una coltellata al cuore, non lo meritavamo, dovevamo andare avanti noi, abbiamo giocato centoventi minuti straordinari pur con tanti assenti e diversi giocatori che non stavano benissimo. E' una maledizione. Meritava la Roma per quello che aveva fatto vedere, per la voglia che ci avevamo messo, abbiamo giocato con le gambe, il cuore, la pelle, l'anima, in una partita in cui di fatto non abbiamo mai corso un vero rischio. E poi c'è quel possibile rigore su Motta, si vede proprio che non era destino. Abbiamo dato tutto, non è bastato per questi rigori che ci perseguitano da venticinque anni, da sempre. Sto male, la delusione è enorme, non posso fare nulla per nasconderlo, come penso che stiano male tutti i nostri tifosi che sono stati fantastici. Avevo fatto di tutto per esserci, ho protetto il ginocchio con un tutore, ora mi dà un po' fastidio, ma il dolore vero lo sento dentro il cuore perché così non si può» .
Non piangere, capitano, sii fiero della tua Roma.
Piero Torri - Corriere dello Sport
Non piangere, capitano, anche se le lacrime vengono fuori da sole, impossibile fermarle o nasconderle con quella maglia tirata su a coprire il dolore che si legge nella tua faccia perché non sai fingere, mentre vai sotto la tua Curva che è ancora tutta lì, con le lacrime agli occhi come te, ma orgogliosa di una Roma così. Non piangere, capitano, anche se la rabbia è tanta, il magone di più, la delusione di quelle che chissà per quanto notti non ti farà dormire, tu che avevi sognato un altro appuntamento, qui, nel tuo stadio, per coronare una carriera che solo gli incompetenti provano ancora a contestare.
Non piangere, capitano, anche se, venticinque anni dopo, quando eri ancora poco più di un bambino in namorato del pallone, un'altra squadra inglese uccise il sogno di un'altra grande Roma di alzare la coppa dalle grandi orecchie. Una storia di rigori, pure stavolta, ce ne è stato giusto qualcuno in più, ma soprattutto non c'è ne è stato uno, al tramonto del primo tempo, che la Roma avrebbe meritato e lì forse sarebbe cambiato tutto, magari non si arrivava a questi sedici-rigori-sedici cominciati con un urlo di gioia, conclusi con un urlo di dolore per tutta la tua città.
Non piangere, capitano, quando lanci la tua maglia, voluta a tutti i costi per esserci, un tutore a proteggere quel ginocchio dolorante, e neppure quando ti fai dare uno di quei giubbottoni contro il freddo con cui ti copri la testa nel tentativo di nascondere il tuo coraggio, il tuo altruismo, la tua fantasia, mentre imbocchi il sottopassaggio sotto la Sud per il rientro più amaro negli spogliatoi.
Non uscire a testa bassa, capitano, accompagnato da due amici che provano a tirarti su, raccontaci, come puoi, se vuoi, di questa notte che ha ucciso un sogno, mentre esci dal lungo corridoio degli spogliatoi e chi è presente ti batte le mani:
«Era meglio perdere tre a zero, così fa malissimo, sarà difficile da dimenticare. E' come una coltellata al cuore, non lo meritavamo, dovevamo andare avanti noi, abbiamo giocato centoventi minuti straordinari pur con tanti assenti e diversi giocatori che non stavano benissimo. E' una maledizione. Meritava la Roma per quello che aveva fatto vedere, per la voglia che ci avevamo messo, abbiamo giocato con le gambe, il cuore, la pelle, l'anima, in una partita in cui di fatto non abbiamo mai corso un vero rischio. E poi c'è quel possibile rigore su Motta, si vede proprio che non era destino. Abbiamo dato tutto, non è bastato per questi rigori che ci perseguitano da venticinque anni, da sempre. Sto male, la delusione è enorme, non posso fare nulla per nasconderlo, come penso che stiano male tutti i nostri tifosi che sono stati fantastici. Avevo fatto di tutto per esserci, ho protetto il ginocchio con un tutore, ora mi dà un po' fastidio, ma il dolore vero lo sento dentro il cuore perché così non si può» .
Non piangere, capitano, sii fiero della tua Roma.
Piero Torri - Corriere dello Sport




